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Salvatore

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bello, sano e napoletano...
sono quasi istruttore di body building, faccio il modello e gioco a basket nella P.C.San Vitaliano
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November 30

ADP,250 GOALS PER LA SIGNORA. IMMENSAMENTE GRAZIE!

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Alessandro Del Piero è un romanzo, la storia della Juve. Alessandro Del Piero è un re. I sudditi aspettano. Eccolo quel gol che non voleva arrivare, dopo il penalty regalato a Iaquinta contro il Chievo e gli errori di San Pietroburgo. Stavolta il re il rigore lo tiene tutto per sè. Nevica, è il 29’ della ripresa. Lui, il sovrano, accarezza il pallone e il palato del popolo, poi sbatte il 4-0 alle spalle di Campagnolo. Puff. La rete si gonfia: 250. Il campo è bianco. Poesia. «È una bellissima sensazione, sono orgoglioso di questo record. Vuol dire che ho fatto bene, i gol sono la misura del lavoro di un attaccante. Ma deve essere una tappa e non un traguardo, ce ne saranno ancora tanti».

Duecentocinquanta. Ci vogliono 17 lettere per scriverlo e qualche secondo per pronunciarlo, quel numero enorme, figuriamoci quanto ci vuole a farli, 250 gol con la stessa maglia. Del Piero può rispondere: 15 anni, 2 mesi, 10 giorni e 74 minuti. Il capitano è come una macchina del tempo. L’ha attraversato e riempito, conquistandolo gol dopo gol, cadendo e resuscitando. Dalla Reggiana alla Reggina, dal 19 settembre 1993 al 29 novembre 2008, ieri, sono passati 5.551 giorni. Una vita in 250 scatti, da quel sinistro al volo col numero 16 sulle spalle a questo rigore, il 51° in carriera, che rilancia la Juve nella corsa scudetto. «Oggi starò con mio figlio Tobias, ma un’occhiata al risultato di Inter-Napoli la darò». Lui ci crede, eccome. Il 2008 è già il suo anno migliore, con 26 centri. «È nella fase più dolce della carriera», spiega Ranieri. Alex risponde con parole al miele: «La sua stima mi fa piacere. Non c’è mai stata rottura con l’allenatore, a volte le cose vanno peggio e altre meglio, tutto qui».

Alessandro Del Piero è una sonda spedita tanto tempo fa a esplorare l’universo della Juve: è arrivato dove mai nessuno è stato prima. Quand’è partito, l’Italia e il mondo erano una cosa. Oggi sono un’altra. Nel 1993 Berlusconi non era ancora entrato in politica e Internet era appena nato, lui segnava già. A ogni passo, una scoperta, a ogni prodezza un nuovo limite, finché ci sarà energia. Quanto durerà? La speranza è arrivare a giocare nel nuovo stadio, pronto nel 2011/2012. Quota 300 gol. «Dipende da me e dalla Juve, si vince e si perde come squadra. Ho esultato di più per l’1-0 che per il mio 4-0».

Alex Del Piero è insaziabile. S’è già intascato tutti (o quasi) i record della casa. Il gol numero 250 è speciale, anche se non lo sono stati né la notte né l’avversario. Del resto, non ha mai invitato ospiti di grido ai suoi compleanni: il 50° l’ha infilato nella porta del Bari, il 100° al Venezia, il 150° al Siena e il 200° al Frosinone, in serie B, il 28 ottobre 2006. Quest’uomo ha segnato a 70 squadre, ha gioito in 45 città, da Torino a Tripoli a Tokyo dov’è diventato campione del mondo (1-0 al River Plate, 26 novembre 1996) «gol che non dimenticherò mai». Era il 33° della serie. «Il più caro, forse, ma ce ne sono tanti altri, legati al prestigio, a un partita, a un momento». Eppure non vuole fermarsi. Insegue un sogno. Il suo.

GRAZIE CAPITANO

November 21

TUTTO IN UN ABBRACCIO

 

ma perché di tanti proprio questo stesso posto
dove ci trovammo tardi e ci lasciamo troppo presto
che facciamo abbiamo chiesto e solo il vento ci ha risposto
tanto la sua musica va avanti pure senza testo
e ammazziamo il tempo e ammazza noi quel tempo indietro
e il sole taglia il mare e il nostro amore in due come un aratro
e finiamo tutta questa strada metro dopo metro
perché dietro a un gran finale serve sempre un bel teatro

e la canzone degli amori infelici
l'ultima occasione per attori e attrici

io non lo so perché ma è un po' buffo
stare io e te su un crepaccio
quasi come ad aspettare il tuffo
e buttare lì a casaccio un che di diverso
uno scherzo sì
come fossi io il tuo pagliaccio
cercare qui
dentro ad un setaccio ciò che è perso
o almeno poi
tutto quello che sta in un abbraccio
fra di noi

e non ci resta
che dipingere la scena con l'ultimo sguardo
come mettersi di schiena a quel falsario del ricordo
quanto abbiamo corso insieme per tagliare già il traguardo
tanto vincitori o vinti ci stringiamo in un accordo

se non siamo più come ci siamo amati
e non sapremo mai quel che saremmo stati

io non lo so com'è ma è successo
mentre prendo te col tuo braccio
con lo stesso impaccio allora e adesso
non so dire no uno straccio in più di parola
una sola no
sulle labbra dure di ghiaccio
morire un po'
come avessi un laccio sulla gola
ma tanto poi
tutto il resto è tutto in un abbraccio
tra di noi
 
Tutto in un abbraccio - Claudio Baglioni
November 11

BOSS

da un test risulta che il mio carattere è:
 
BOSS
 
La compulsione maggiore del numero Otto è il controllo e l’autocontrollo. Infatti si dice: “Io sono ok se controllo; tu sei ok se ti fai controllare”. Tende verso l’autosufficienza in modo da non farsi controllare. La sua storia personale è caratterizzata dal fatto che ha subito un’ingiustizia in un momento di fragilità e crede che il mondo si fatto di prevaricazioni. Tenderà nella vita a schierarsi dalla parte di una categoria di sfruttati e a difenderli. Per capire questa tipologia basti pensare a uno sceriffo che difende i cittadini dai banditi e il singolo cittadino dallo Stato. Mentre il numero Uno si limiterebbe a difenderlo dai banditi e non dallo stato, in quanto non sarebbe giusto, andrebbe contro gli ideali e le credenze. Ad esempio, se lo stato chiede al Perfezionista di consegnare un cittadino che non paga le tasse, l’Uno lo consegna in quanto non rispetta le regole. Il Capo, invece, lo difenderebbe dallo stato in quanto si trova sotto la sua protezione. Quindi, la giustizia è soggettiva e non oggettiva. Vive la realtà sulla base del controllo, della forza e va contro la mancanza di giustizia nel mondo.

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November 06

ALEX THE LEGEND! PADRONI D'EUROPA!

  
 
Da Sivori a Del Piero. Quarantasei anni di storia fermati dalla notte in cui Alex ha riempito una delle poche caselle vuote della sua carriera e la Juve ha lasciato il «Bernabeu» abbracciata a una vittoria da raccontare ai propri figli, perché dal 1962 qui era valsa sempre la legge del Real Madrid.Dietro questo sorriso sconfinato da ragazzo ormai adulto c’è uno che ha già razziato scudetti, coppe campioni e un Mondiale, ma per una notte così, un posticino nell’album della vita lo troverà: «Sono strafelice - attacca Alex Del Piero appena finita la corrida del Bernabeu - per tanti motivi. Perché abbiamo vinto, perché l’abbiamo fatto qui dentro, che è uno stadio pazzesco e, sì, perché ho fatto due gol. Davanti agli occhi di Maradona, il massimo. Che dire, sono felicissimo». Tutto lo stadio s’è spelato le mani per applaudire l’uscita del dieci, a una manciata di minuti dalla fine.

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L’eroe sbagliato, ma che eroe. Fra le mani che s’agitavano c’erano pure quelle del pibe de oro: «Non c’è niente da dire, Del Piero non invecchia mai», dirà sua maestà Diego lasciando il Bernabeu. Lui, che tra le varie specialità, era maestro di punizioni. Quelle che, s’è mai possibile, ha ulteriormente affinato Del Piero: «Non è che mi alleno in maniera particolare sui calci piazzati - spiega - io mi alleno come ho sempre fatto. Tutto qui, solo che è un periodo che va bene». Una richiesta al neo ct dell’Argentina, però, ce l’ha: «Se finisce sempre così, dovrebbe venire a vederci un po’ più spesso», sorride ancora. Con i suoi colpi ha raddrizzato la barca, e cementato le crepe dello spogliatoio e i dissidi con Ranieri, se mai ce ne sono stati. Anche ieri sera, con l’abbraccio e i complimenti tra i due all’uscita dal prato.
Niente da dire: «Un capitano, c’è solo un capitano», gridano i 2.500 tifosi bianconeri arrivati dall’Italia e appesi al terzo anello dello stadio dei sogni. Cantano loro, e applaude il resto del popolo merengues, troppo deluso dai suoi, e troppo competente per non rendere omaggio a un campione che t’ha appena abbattuto in casa. Alex si inchina. «Quell’applauso me lo ricorderò per tutta la vita», confesserà. Ronaldinho con la maglia del Barcellona era stato l’ultimo nemico a ricevere l’ovazione del Bernabeu.


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Aveva attaccato la stagione con un gol, Alex, facendo centro al primo giro dei preliminari di Champions League, contro l’Artmedia, poi le prestazioni, come quelle della squadra, avevano iniziato a declinare. Segnava poco, stuzzicavano i critici. S’è rimesso in piedi con la truppa, nel momento più difficile. Iniziando a sparare dritto nella prima sfida con il Real, il momento più cupo: due passi e fiondata per infilare Casillas. Replay con la Roma, su punizione, giustiziando Doni. Ieri sera, al Bernabeu, ha riunito le due arti: precisa fucilata da fuori, in corsa, di sinistro, e furba pennellata su punizione, infilandosi nell’errore strategico di Casillas, che male aveva piazzato la palizzata. Due a zero, e tanti saluti. Un sorriso dopo 46 anni, quando centro l’aveva fatto un certo Omar Sivori, mica uno qualunque. Mai la Juve aveva vinto andata e ritorno con il Real: l’ha fatto stavolta, e sull’etichetta da tramandare ai posteri c’è la faccia di Alex.

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Poco importa, allora, se Marcello Lippi l’ha appena infilato nel congelatore: «Continuerò a lavorare, come ho sempre fatto», s’è limitato a dire. Forse, uno così non scade mai, come dice Maradona. Per la gioia del popolo bianconero, che aveva iniziato a far festa un’ora e un quarto prima dell’inizio, rispuntando al Santiago Bernabeu dopo due anni di forzato esilio. Comandano loro, con cori e trombe, l’antipasto della gara perché, come abitudine spagnola impone, l’impianto resta quasi deserto per poi riempirsi in una manciata di minuti. Real-Juve, nessuno se lo voleva perdere: non Zinedine Zidane, che fu idolo d’entrambe le parti; non Maradona, che si presenta allo stadio quand’è iniziata da pochi minuti. Era venuto per vedersi i suoi argentini, Gago, Higuain e Heinze: se n’è tornato a casa con l’immagine di un italiano.

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November 05

giorno storico: Casa Bianca, Presidente nero "CHANGE WE HAPPEN"

"...This is our chance to answer that call. This is our moment.

This is our time - to put our people back to work and open doors of opportunity for our kids; to restore prosperity and promote the cause of peace; to reclaim the American dream and reaffirm that fundamental truth - that out of many, we are one;

that while we breathe, we hope, and where we are met with cynicism and doubt, and those who tell us that we can't, we will respond with that timeless creed that sums up the spirit of a people:

yes, we can..."

"...mentre respiriamo, speriamo e quando incontriamo scetticismo o dubbio, o incontriamo chi ci dice che non possiamo, noi risponderemo con un'espressione che riassume lo spirito di un popolo:

si, possiamo..."

 
   
 
La giornata di oggi dimostra che «gli Stati Uniti sono il posto dove tutto è possibile»: così ha esordito Barack Obama, nel suo discorso subito dopo la vittoria elettorale, dalla piazza esultante e commossa di Chicago.

«Il cambiamento per gli Stati Uniti è arrivato». Obama ribadisce la parola chiave dalla sua campagna elettorale, "we need change" (abbiamo bisogno del cambiamento) e parlando di fronte a decine di migliaia di persone nel parco di Grant Park, a Chicago, annuncia che il cambiamento è finalmente arrivato.
L’America può, perché è un paese unito; l’America può, perché sa sognare. «Ho pensato stanotte a una donna che ha votato a Atlanta» ha detto Obama. «Somiglia molto ai milioni di persone che si sono messe in fila per far sentire la loro voce in questa elezione, salvo un dettaglio: Ann Nixon Cooper ha 106 anni». È stato un discorso pieno di accenni alla lunga storia dei diritti civili che ha condotto all’elezione del primo presidente nero, incluso un accenno a Martin Luther King, il «predicatore di Atlanta che disse ’we shall overcome».Obama ha ringraziato per il loro amore e il loro sostegno la moglie Michelle («la prossima first lady degli Usa»), le figlie Sasha e Malia e la nonna materna, scomparsa proprio il giorno prima del voto.  La moglie e le figlie lo hanno accompagnato sul palco, vestite di rosso e nero, poi, dopo un bacio, lo hanno lasciato solo per il suo primo discorso da presidente eletto degli Usa.

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Dal palco della vittoria Obama ha promesso alle figliolette il cane che tanto desiderano: «Vi voglio tanto bene» ha detto Obama  «Vi siete meritate il nuovo cagnolino che verrà con noi alla Casa Bianca».  Malia, 10 anni, e Sasha, 7, sono poi tornate sul palco con la mamma. Nessun dettaglio per ora sulla razza o sul nome di questo cagnetto che seguirà le orme dei cani Bush, gli Scottish Terrier Barney e Miss Beazley.
Poi Obama ha ringraziato il suo staff e i volontari che lo hanno sostenuto. “Questa vittoria appartiene a voi – continua - La nostra campagna è partita dal basso grazie a giovani e volontari, al loro coraggio. Questa è la vostra vittoria. Anche se stanotte festeggiamo, sappiamo le sfide che ci attendono domani. Sappiamo che siamo nel mezzo di una grande crisi economica, che ci sono soldati che continuano a morire in Iraq, che ci sono nuove scuole da costruire. Forse non in un anno, ma vinceremo queste sfide, ve lo prometto". 

«Il cammino davanti a noi sarà duro» e per questo ci «sarà bisogno di stare uniti» contro le avversità. La giornata di oggi dimostra che «gli Stati Uniti sono il posto dove tutto è possibile».  E dopo otto anni di un presidente come che non ha ascoltato nessuno, il suo successore ha promesso agli americani una Casa Bianca aperta, che saprà ascoltare la gente: «Sarò sempre onesto con voi - ha detto, nel discorso della vittoria alla folla di Grant Park, a Chicago - vi ascolterò, anche se la penseremo diversamente».
 
E conclude:  "Il credo americano è Yes, we can (si, possiamo)".

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November 04

io sto con OBAMA! CHANGE WE NEED

OBAMA 

for

PRESIDENT

   

(lo spot che ha stregato gli USA)

Barack Obama vincerà queste elezioni presidenziali perché è riuscito a giocare una partita doppia. Da una parte, ha saputo sfruttare la sua esperienza di “organizzatore di comunità” a Chicago. Ha vinto le primarie utilizzando lo slogan “Yes we can” mutuato dal “Sì se puede” del movimento dei migranti latinos. Per la prima volta i giovani statunitensi si sono mobilitati per sostenere una candidatura, è nato un vero e proprio movimento dal basso che ha costretto l’establishment (soprattutto quello del suo partito) a prendere atto della sua irruzione sulla scena. Contemporaneamente, Obama ha fatto ciò che (in piccolo e in un contesto diverso) hanno fatto i serial-leader europei di nuova generazione (Berlusconi e Sarkozy in primis). Non ha cercato di costruirsi un ruolo in una rappresentazione ma ne ha creato una tutta sua, costringendo il suo principale avversario a giocare da comprimario. Il volto di Obama è un’icona pop come Marylin o Che Guevara. Lo stencil con la faccia di Obama e la scritta “Hope”, “Speranza”, è il simbolo di un doppio movimento, dal basso e dall’alto. Il movimento dei giornali più autorevoli e dello starsystem e quello della gente dei quartieri più degradati.
Obama vincerà perché la crisi economica impone un cambiamento di rotta. Il Grande crollo della finanza neoliberista ha chiuso il ciclo che si era aperto negli anni settanta. Persino gli addetti agli scaffali delle librerie di Manhattan se ne sono accorti. Nella sezione “crisi” saggi sulla crisi energetica, sul tracollo finanzario e sulla catastrofe ambientale. Obama vincerà perché gli americani hanno capito che la Tempesta perfetta è il frutto del precipitare di economia e ambiente e voteranno per uno che promette la creazione di un fondo di 150 miliardi di dollari per lo sviluppo dell’energia sostenibile, con l’obiettivo di ridurre dell’80 per cento le emissioni di gas nocivi.
È finita la sbornia liberista, per questo Obama propone un sistema assicurativo sanitario nazionale, con la copertura obbligatoria per i bambini, e tagli fiscali solo alle famiglie con reddito inferiore a 250.000 dollari e un aumento delle imposte ai redditi più alti. Obama vincerà perché la guerra multilaterale che propone appare il male minore rispetto alla guerra infinita di George W. Bush.
Quando vincerà le elezioni, probabilmente il primo presidente nero degli Usa penserà a Miss Saltzman, la militante democratica di Chicago che quando lo vide, anni fa, pensò “quest’uomo diventerà presidente” e lo presentò a David Axelrod, ex giornalista e stratega (bianco) specializzato nel far eleggere politici afroamericani, a cominciare dal sindaco di Chicago Harold Washington.
Bill Ayers era uno dei leader dei Weatherman underground, organizzazione di bombaroli pacifisti che fece esplodere i simboli del potere durante la guerra in Vietnam senza provocare vittime. I repubblicani hanno usato il suo sostegno a Obama (sono stati visti chiacchierare) come spauracchio per l’elettorato moderato. Ayers oggi si occupa di programmi educativi, l’altro giorno ha tenuto a un’affollata lezione. Al coordinatore che gli chiedeva sarcastico: “Sto parlando con te, signifca che non potrò mai diventare presidente degli Stati uniti?”, lui ha risposto strappando gli applausi della platea: “No, significa che puoi vincere”.

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October 28

AMAMI ANCORA

   

 Amami ancora
Tienimi dentro ancora un po'
Fallo stasera
Sarà più facile per me
L'indifferenza
A volte uccide un po' di più
Nella certezza
Quanta amarezza
 
Tu
Sai farmi il cielo più blu
Tu sei più dell'infinito che vorrei
Fammi morire
Stretto fra le braccia tue
Fammi sentire l'ultimo brivido che c'è
 
Tu
Dopo di te sempre tu
Senza te la vita mia non serve più
Solo un minuto
Fatti guardare ancora un po'
Dammi ancora un respiro...
 
Amami ancora
Come sai fare solo tu
E non pensare
Se non c'è quasi niente più
Prova a cercare
Nel tuo cuore un po' più giù
Potrai trovare
Un po' d'amore per me
 
Tu
Sai farmi il cielo più blu
Tu sei più dell'infinito che vorrei
Fammi morire
Stretto fra le braccia tue
Fammi sentire l'ultimo brivido che c'è
 
Si rimani ferma così
Quanta vita sta passando su di noi
Voglio finire
Mentre guardo gli occhi tuoi
Sarà bello morire
Mai
Ti ho vista bella così
Stai chiudendo la mia vita e te ne vai
 
Dammi solo un minuto
Per respirarti ancora un po'
E poi fammi morire...
 
Amami ancora - Gigi D'alessio
 
Questa canzone,tratta dal suo ultimo album è semplicemente stupenda.
vi piace?
October 25

RAI, "Annozero" censura gli studenti di destra, VERGOGNA!

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PDL: sciopero del canone RAI
 
Nella serata in cui Annozero tocca il record d’ascolti raggiungendo 5 milioni 169 mila spettatori, il centrodestra accusa apertamente Michele Santoro parlando di "logica stalinista" nella conduzione del programma. A dimostrazione di quale sia il clima di "intolleranza della sinistra", ieri sera durante il collegamento con la trasmissione, è stato allontanato dalla piazza di Bologna Mattia Kolletzek, studente di destra e rappresentante eletto nel Consiglio nazionale degli studenti. Immediata la reazione del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri: "A questo punto non pagare il canone è un dovere democratico". Intanto il Pdl accusa Santoro di aver usato la trasmissione come "passerella" per il leader democratico, Walter Veltroni, e chiede l'intervento dell'azienda.

L'allontanamento degli studenti di destra Durante la trasmissione Annozero, in occasione del collegamento in diretta da Bologna uno studente di destra, esponente del Consiglio Nazionale Studentesco, è stato cacciato dalla piazza e gli è stato impedito di esporre le proprie idee nel corso della trasmissione televisiva. "I rappresentanti di Annozero - ha spiegato il presidente nazionale di Azione Universitaria, Giovanni Donzelli - hanno acconsentito a questo allontanamento che di fatto ha comportato un’inaccettabile censura".Per questo una delegazione dei giovani di An ha voluto incontrare il presidente Maurizio Gasparri che ieri sera ha informato dell’accaduto il presidente della Rai, Petruccioli, anche per illustrargli l'iniziativa tesa a non pagare più il canone della Rai che impedisce la libertà e la democrazia.

La campagna contro la Rai Azione Universitaria avvierà, quindi, una campagna contro la "Rai delle guardie rosse che ha avuto un comportamento inaccettabile e che dovrà essere immediatamente stroncata dai vertici dell’azienda". Gasparri ha concordato "pienamente" con l’iniziativa. "Il canone - ha spiegato Gasparri - non può essere versato a una radiotelevisione pubblica che impedisce ai ragazzi di destra di parlare. La negazione della democrazia e della libertà del pluralismo deve essere sanzionata". Non solo. Gasparri ha fatto sapere che "non pagare il canone è un dovere democratico". "Mi rendo conto dell’importanza delle mie affermazioni, ma quanto è avvenuto non può rimanere senza sanzioni - ha poi concluso l'esponente di An - a meno che il presidente della Rai, oggi stesso, non consenta al ragazzo che è stato allontanato dalla piazza di poter parlare in un analogo spazio, alla stessa ora, sulla stessa rete, con una decisione che cancelli la vergognosa condotta stalinista della Rai di Santoro".

Il Pd al contrattacco Immediata la reazione dei democratici che puntano il dito contro la posizione di Gasparri. "Dopo 5 mesi di ostruzionismo in Commissione di Vigilanza per impedire l’elezione del presidente in virtù della lista di proscrizione stilata con Cicchitto, ora Gasparri si fa paladino dello 'sciopero del canone' perché il servizio pubblico sarebbe nuovamente piegato al servizio delle guardie rosse", replica Giorgio Merlo, membro Pd della Commissione Vigilanza Rai, ipotizzando che o Gasparri sta "lavorando per la soluzione finale della Rai, e cioè per la sua liquidazione definitiva", oppure si tratta di "azioni eversive che rischiano di minare alla radice il nostro assetto democratico".
Una passerella per Veltroni Oltre alle accuse di censura, il centrodestra parla di "passerella" per Veltroni e invoca un intervento dei vertici Rai per porre "fine all’occupazione veltroniana dei programmi del servizio pubblico". "Santoro - afferma Giorgio Lainati, membro del Pdl in commissione di Vigilanza Rai - dopo aver dato l'anno scorso un significativo contributo alla spallata contro il governo Prodi, grazie al massacro mediatico del ministro Mastella, adesso è tornato ad allinearsi ai desiderata del suo partito". Naturalmente il servizio pubblico radiotelevisivo si è subito mobilitato per sostenere Veltroni. In campo sono scesi tutti i conduttori militanti della sinistra. Per questo, il Pdl si aspetta da Petruccioli e da Cappon "un segnale di vita che ponga fine all'occupazione veltroniana dei programmi del servizio pubblico" e "restituisca alla Rai un minimo di pluralismo e di contraddittorio". Per Antonio Leone, vicepresidente della Camera, "l’ottobre mediatico di Veltroni ha raggiunto ieri sera il suo apice nel corso di Annozero". Leone attacca "la regia di un Santoro che evidentemente voleva accreditarsi come possibile anchorman della kermesse veltroniana di domani". Critiche a Santoro arrivano infine anche dal deputato del Pdl Piero Testoni: "Il saltimbanco della tv pubblica, onorevole Walter Veltroni, ieri ha dato il peggio di sé di fronte alle telecamere di un Santoro in piena forma. E Santoro in piena forma, si sa, è in versione sdraiata quando di fronte a lui si esibisce un leader della sinistra anche se, come per l'ex sindaco di Roma, si tratta di un leader in prova. Anzi in provetta. Frutto dell'esperimento delle primarie che ha dato l'esito di indebolire la sinistra riformista a favore del populismo di Di Pietro. Complimenti ai saltimbanchi di regime con la complicità della tv pubblica".

Curzi in difesa di Santoro "Santoro può essere più o meno antipatico, ma qualcuno può forse contestare l’impegno sociale del suo lavoro e il suo buon esito? Ne avessimo di molti altri in Rai. Ce ne fossero dieci, cento trasmissioni come Annozero, variamente orientate ma professionali ed efficaci, nell’etere", ha affermato Sandro Curzi, consigliere Rai, vedendo che "ancora una volta una trasmissione televisiva libera, impegnata e intelligente come quella dedicata ieri alla scuola, viene messa al centro di polemiche di parte e strumentali". Proprio per questo il consigliere Rai ci tiene a far notare che la trasmissione ha fatto addirittura il 20,4% di share risultando la più vista in assoluto su tutte le reti nazionali, ad eccezione della sola, popolare fiction di Raiuno con la Pivetti (un punto e mezzo in più). "Questa semplice rilevazione dovrebbe indurre tutti quanti - ha concluso Curzi - a considerazioni e decisioni più attente alla qualità e alla tipologia delle effettive attese dei telespettatori e dei cittadini. E a incoraggiare la Tv coraggiosa".

E CI VENGONO A RACCONTARE LA STORIA DELLA DITTATURA DOLCE...
October 22

SEI NELL' ANIMA... IMMENSA E UNICA...

Bisognava tornare indietro per chiudere i conti davvero: alla Champions League, al Real Madrid, allo stadio pieno anche se non è quello giusto e a Fabio Cannavaro. Dove eravamo rimasti. Solo che la Juve si è mossa, si è spostata da quella palude e scivola con Del Piero su erba nuova, precaria e a buche, perché l’Olimpico mignon non offre altro e anche il futuro non è così liscio, ma c’è il tempo di tirare fuori la lingua in faccia al passato: «E’ solo il primo passo, ci aspettano sfide durissime. Non siamo guariti ora e non eravamo malati prima».

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Del Piero è rimasto, ha scontato la sua pena e fregato il traditore, Cannavaro, capitano della Nazionale coperto di fischi, l’ex accolto con uno striscione di insulti, «l’infame», come canta la curva, contestato abbastanza da cedere a 5 minuti di confusione, quelli che bastano a Del Piero e Amauri per spiazzare il Real. Non è lui a farsi scappare Alex in vena di vendette, ma la colpa che gli si contesta a Torino è più seria di una distrazione in difesa. Alto tradimento anche se si è poi trattato di scegliere un’altra vita.
Delitto e castigo, sembra fin toppo lineare, un karma rotondo e perfetto. Chi ha scelto la fatica infila un gol da 20 metri e plana in ginocchio sotto il delirio dei tifosi e chi è partito per Madrid quando da queste parti si piangeva miseria e serie B deve rincorrere a testa bassa. Bersagliato da urla collettive e trafitto da quelle solitarie, le peggiori. Gli sfoghi più duri arrivano da singoli tifosi inviperiti che hanno coltivato l’astio in due anni di sofferenza: «Vai a morire» è l’invito più carino e l’unico ripetibile.

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C’è un momento in cui Cannavaro e Del Piero stanno uno dietro all’altro ed è la resa dei conti anche se non si guardano in faccia. Un istante dopo il primo gol: Cannavaro a braccia lunghe e Del Piero che parte per buttarsi lontano da lì. Fuori dal campo e anche un po’ dal tempo, da settimane di critiche, da un cambio che nessuno ha capito e che Ranieri ha giustificato con l’urgenza di questa partita: «Con il Napoli ho tolto Alex perché c’è il Real». Un appuntamento che non aveva bisogno di minuti risparmiati visto che Del Piero aveva motivazioni sufficienti per far andare i muscoli e non è stanco neanche alla fine: «Adesso vado a festeggiare e se mio figlio Tobias dorme lo sveglio».
Adrenalina e rivincita, per una volta non una questione personale come spesso gli succede negli ultimi anni. Non una panchina da protestare o una dimostrazione di longevità, più una svolta. Ed è indipendente dal resto, da come va a finire la stagione e dal posto in classifica in campionato.

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Quella della Champions dice che la Juve di Del Piero ha superato il Real Madrid di Cannavaro, che c’è un punto a segnare la distanza fra due squadre e due universi. Il Real al massimo ha dovuto ridimensionare un nome, «Galacticos»: con un po’ di concretezza si è portato a casa due campionati consecutivi. I bianconeri stanno ancora cercando una nuova dimensione e hanno visto da vicino van der Vaart, l’uomo che per un po’ ha inseguito alla ricerca di classe, il più pericoloso tra i blancos ieri sera. Possono permettersi di non rimpiangerlo, un sollievo insperato fino a qualche giorno fa.

 

  

La Juve ancora si spaventa, ma da ieri Del Piero, almeno, l’ha trainata nel futuro. Lontano da calciopoli, dai fuoriusciti, dall’elenco di campioni su cui rimuginare e dal come eravamo. Il passato si può battere, il delitto prevede un castigo e alla fine è talmente chiaro che Cannavaro non lo fischiano neanche più. Non interessa, il traditore perde di importanza e sbiadisce. Qualcuno prova a insistere: «Vai a raccogliere l’immondizia», ma non è più un’offesa che rimbomba nel silenzio. E’ un urlaccio che si perde nella festa, la liberazione: il Real non riesce a vincere a Torino e Del Piero segna in Champions, tutto come sempre. Raul più Del Piero più Van Nistelrooy fanno 156 reti in Champions League. Un pezzo di storia, un posto dove stare di nuovo a proprio agio. Un successo che strappa anche un gesto sdolcinato a Del Piero: contro la Zenit la capriola e contro il Real un cuore per Tobias che oggi compie gli anni. Come quello che Manaudou propinava a Marin e che Pato regala alla fidanzata. Un viaggio in un’altra generazione tanto per segnare il territorio. Un’altra volta.

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October 14

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